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Raschiando la croce |
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(Traduzione
di Lia Ogno) Personaggi
Nel
XVII secolo si aspirava a una riforma universale del sapere, dei costumi, della
sensibilità religiosa, in un clima di straordinario rinnovamento spirituale,
dominato dall'idea dell'imminente inizio di un secolo aureo. [...] In questo
clima appare nel 1614 uno scritto anonimo (Allgemeine
und general Reformation, der gantzen weiten Welt) [...] la cui ultima parte
è un manifesto, intitolato Fama Fraternalis R.C., dove la misteriosa
confraternità dei Rosa-Croce palesa la propria esistenza, dà notizie sulla
propria storia e sul proprio mitico fondatore, Christian Rosencreutz. Nel 1615
apparirà, insieme alla Fama, che è scritta in tedesco, anche il secondo
manifesto, in latino, la Confessio fraternatis Rosae crucis. Ad eruditos Europae. Il
primo manifesto auspica che possa sorgere anche in Europa "una società che
educasse i governanti ad apprendere tutto
ciò che Dio ha concesso all'uomo di conoscere". [...] Entrambi i manifesti
insistono sul carattere segreto della confraternita e sul fatto che i loro
membri non possono palesare la propria natura. Per cui maggiormente ambiguo può
apparire l'appello finale della Fama, a tutti i dotti d'Europa, a prendere
contatto con gli estensori del manifesto: "Anche se per ora non abbiamo
rivelato i nostri nomi, ni quando ci incontriamo, tuttavia verremo senz'altro a
sapere l'opinione di tutti, in qualunque lingua sia espressa; e chiunque ci farà
pervenire il suo nome potrà conferire con uno di noi a viva voce, o, se vi
fosse qualche impedimento, per iscritto... E anche il nostro edificio (se anche
centomila persone lo avessero visto da vicino) sarà in eterno intangibile,
indistruttibile e nascosto al mondo empio". Quasi
immediatamente, da ogni parte d'Europa si iniziano a scrivere appelli ai Rosa-Croce.
Quasi nessuno afferma di conoscerli, nessuno si dice Rosa-Croce, tutti in
qualche modo cercano di far capire che si trovano in assoluta sintonia col loro
programma. Alcuni autori ostentano anzi una estrema umiltà, come Michael Maier,
che in Themis aurea (1618) sostiene che la confraternita esiste realmente, ma
ammette di essere persona troppo umile per averne mai potuto far parte. Ma, come
osserva Yates, il comportamento abituale degli scrittori rosacrociani è non
solo di affermare che essi non sono rosacrociani, ma che neppure hanno mai
incontrato un solo membro della confraternita. Quando
nel 1623 appaiono a Parigi manifesti -naturalmente anonimi- che annunciano
l'arrivo dei Rosa-Croce in città, questo annuncio scatena feroci polemiche, la
voce comune li vuole adoratori di Satana. Descartes, che nel corso di un viaggio
in Germania aveva tentato - si diceva - di avvicinarli (ovviamente senza
successo), al suo ritorno a Parigi è sospettato di appartenere alla
confraternita, e si cava d'impaccio con un colpo da maestro: siccome era
leggenda diffusa che i Rosa-Croce fossero invisibili, si fa vedere in molte
pubbliche occasioni e così sfata la diceria che lo concerne [...]. Un certo
Neuhaus pubblica, prima in tedesco e poi in francese nel 1623, un Advertissement
pieux et utile des frères de la Rosee-Croix dove si domanda se ve ne siano, chi
siano, da dove abbian preso il loro nome, e conclude con lo straordinario
argomento che "per il fatto stesso che essi cambiano e alterano i loro nomi
e che mascherano la loro età, e che per la loro stessa confessione vengono
senza farsi riconoscere, non vi è Logico che possa negare che necessariamente
occorre che esistano". Sarebbe
lungo fare la rassegna di questa serie di libri e libretti che si contraddicono
a vicenda, e dove talora si ritiene che uno stesso autore, sotto due pseudonimi
diversi, abbia scritto pro e contro i Rosa-Croce. [...] Ma questo ci dice come
bastasse un appello, invero assai oscuro e ambiguo, alla riforma spirituale
dell'umanità per scatenare le reazioni più paradossali, come se tutti fossero
stati in attesa di un evento decisivo, e di un punto di riferimento che non
fosse quello delle chiese ufficiali di ambo le parti. Tanto che, se i gesuiti
furono tra i più fieri avversari dei Rosa-Croce, ci fu anche chi sostenne che i
Rosa-Croce furono una invenzione dei gesuiti per insinuare elementi di
spiritualità cattolica all'interno del mondo protestante. Infine,
ultimo aspetto paradossale della vicenda - e certo il più significativo -
Johann Valentin Andreae e tutti i suoi amici del circolo di Tubinga che furono
immediatamente sospettati di essere gli autori dei manifesti, passarono la vita
o a negare il fatto o a minimizzarlo come un gioco letterario. da
Umberto Eco, La ricerca della lingua
perfetta, Cap.8
"La lingua magica", 1994.
RASCHIANDO
LA CROCE La
scena: Praga, 1939. Giorni
prima dell'invasione tedesca in Polonia, che scatenò la Seconda Guerra Mondiale. Il
tempo avanza fino alla scena XIII, che accadrebbe il 1ø settembre del 1939,
quando le truppe tedesche attraversano la frontiera polacca. A partire da questa
scena, il tempo retrocede: si ripetono le scene (modificate) in ordine inverso,
fino ad arrivare all'ultima (la prima, in ordine cronologico) che è un
avvenimento anteriore alla Scena I, e che purtroppo non potemmo vedere prima,
quando era ancora il momento. Le
scene avvengono in differenti luoghi di Praga e in un hotel dei dintorni, ma non
c'è praticamente nessun elemento scenografico. I Buio assoluto. Si ode il rumore di un aereo da guerra. Il tic tac impassibile di un orologio. Si ode una voce. Non sappiamo chi è a parlare. È importante che tutta la scena si svolga nell'oscurità, rendendo invisibili i personaggi. WECK: Quella
è stata l'ultima volta che mi sono svegliato, perchè da allora non ho più
dormito. Si può passare una notte in bianco, se ne possono passare due. Tre.
Quante? La mia storia finirà quando terminerà la mia insonnia. Finirà alla
mia morte, o quando finalmente mi lascerò cadere su questo letto di lenzuola
bianche, prostrato. Chi sono tutti gli altri? Chi sono gli altri personaggi del
mio dramma? Non ne sono sicuro. Io ho visto, da allora, la successione inutile
dei giorni e delle notti, una sequenza assurda in cui nulla cambia. Salvo che
nella testa di quelli che hanno dormito, che credono di svegliarsi in un luogo
differente, più sinistro o più comodo dei loro stessi sogni. Io non ho più
sognato. Da quella volta lì, certo. Ci troviamo a Praga, fine agosto del 1939.
Il mio nome è Weck e non mi importa di dirlo. Gli avvenimenti che vedremo
accadranno nei giorni in cui io non ho potuto conciliare il sonno. Parliamo
tutti in ceco, o in tedesco, ma siamo tradotti. Ritengo opportuno cominciare col
dire che ho conosciuto Dorita in questa feroce vigilia. È' un'epoca dura. Molti
prevedono la guerra. Dorita dice di amarmi. Non so. Se insistesse ad amarmi,
nonostante tutto, l'ammazzerei senza esitare. Non c'è bisogno di dire che a me
di lei non me ne importa nulla. ADOLF: Non
mi interrompere. WECK: Non
ti interrompo. Dico solo quello che mi pare. ADOLF: Non
è questo il problema. Tutti sappiamo cos'è quello che ti pare. (Silenzio)
E come faresti per ammazzarla? WECK: Cercherei
qualcuno, attraverso un amico comune. ADOLF: Avete
amici in comune? WECK: Molti.
Te, per esempio. ADOLF: Già.
(Silenzio). Tutti noi la amiamo molto.
Non credo che qualcuno la voglia uccidere. WECK: Anch'io. ADOLF: Anch'io,
cosa? (Silenzio. La luce si accende e
scopre i personaggi della II scena. La luce non è mai troppo intensa. Color
seppia, epatica). II HERR VOGEL: E
le dicevo: non ti sembra strano che dopo tanto tempo non ci siamo nemmeno seduti
per prendere un caffè? FRAU VOGEL: E
io dicevo a lui: no, non è strano, soprattutto se consideriamo che non li
abbiamo mai invitati. Dell'altro zucchero? Praga è una città così strana. DORITA: Sì,
grazie. FRAU VOGEL: Noi
siamo di Tzchkvsk. Ma qui non si può pronunciare. HERR VOGEL: Delle
vicinanze di... dei dintorni di Tzch... FRAU VOGEL: Ma
suppongo che in questo paese siamo tutti un po' stranieri. No? HERR VOGEL: E
le dicevo: Non ti sembra strano? Mi guardavo e dicevo a me stesso -si dice
"a" me stesso?-: cosa sarà che ci allontana dagli amici? WECK: Non
siamo amici. HERR VOGEL: Certo,
non c'è stata l'occasione. WECK: Non
posso fare a meno di notare quanto tempo ci mette a girare la tazzina. HERR VOGEL: Sì,
è... degno di attenzione. E' qualcosa che io... la tazzina, dico. Penso a
questa tazzina, no?, che continuerà a esserci quando io non ci sarò più. FRAU VOGEL: Lo
stesso con quel vicino di prima, ti ricordi? Quelli che vivevano prima nella
vostra casa, a meno di un metro di distanza, beh, che ora è vostra, ma prima...
Ah, che stupida, divento così nervosa! Nessuno parla. Herr Vogel riprende a rigirare la tazzina. HERR VOGEL: Anche
se si dovesse rompere. Perfino i pezzi di porcellana durerebbero più di noi. FRAU VOGEL: Non
ci crederete, ma vivevamo quasi attaccati e non abbiamo mai visto più in là
dell'ingresso. DORITA: (Guardando
la casa) Beh, è uguale
a questa. Uguale, solo che è come se la si vedesse allo specchio. FRAU VOGEL: Cosa
vuole dire? DORITA: Uno
specchio. FRAU VOGEL: Deve
essere la lingua. HERR VOGEL: Era
stato in guerra, Helmut. Con i tedeschi, certo. FRAU VOGEL: Con
i tedeschi o contro i tedeschi? Perché non è lo stesso. HERR VOGEL: Ma
questo a chi interessa ora. FRAU VOGEL: Già.
Per questo dico io che è la lingua. Si sente parlare tanto il tedesco. Una
guerra è una guerra, non è così? E a nessuno gliene è importato niente di
questa, vero? La terrete in affitto per tutto l'anno? DORITA: Beh,
la casa è comoda. È un posto tranquillo. HERR VOGEL: Assolutamente.
Suo fratello mi dice sempre: da voi è così tranquillo. Controlla che per caso
non affittino la casetta accanto, quella con le inferriate nere, mi dice.
Controlla. FRAU VOGEL: Lavora
per una assicurazione. HERR VOGEL: E
siccome ha due bambini... s'immagini. (Pausa) WECK: Non
mi posso immaginare nulla. (Pausa) HERR VOGEL: Uno
dei figli vuole studiare da... e l'altro... (Pausa) S'immagini. DORITA: Avete
un caminetto uguale al nostro. Un po' più allegro, con tanti oggettini... FRAU VOGEL: Certo,
in ogni viaggio prendiamo sempre qualche ricordino per il nostro caminetto.
Cartoline illustrate, matrioske, quel cavallo lì è norvegese... DORITA: Noi
non abbiamo molte cosine... Non per me... Io adoro le stupidaggini. FRAU VOGEL: Certo,
si vede che al signor... WECK: (Fa
un respiro profondo)
Weck. FRAU VOGEL: ...Weck
non le piacciono molto le... E ora ci sono certi biglietti d'auguri! Aspettate
un attimo, ve ne mostro uno incredibile. (Va
a cercarlo) HERR VOGEL: Gliel'ha
mandato suo fratello. Non crederete ai vostri occhi. Gli affari... vanno bene?
No? (Silenzio) È stato in America. Si
vedono certe cose!... WECK: Vanno
bene. HERR VOGEL: Bene,
bene. È così difficile di questi tempi trovare un'attività che renda. Le
assicurazioni vanno sempre peggio. Con tanti attentati.... Sono stati in America,
ma chissà se un giorno potranno rifare un viaggio così importante. L'America
è importante, la Russia è importante, ci sono paesi e paesi, no? Ciò che loro
vogliono è trovare un appartamento in affitto in un posto tranquillo, mi
capisce?... Così gli affari vanno più o meno bene... E voi vi occupate di...? WECK: Ce
ne andiamo? HERR VOGEL: Ma
se siete appena arrivati! (A FRAU VOGEL)
Se ne vogliono andare. Non so se mi faccio capire. FRAU VOGEL: Prima
devono vedere questa (Mostrando il
biglietto di Natale) Non ci crederete mai. (Lo apre. Si sente un mormorio, come una minaccia o una ninnananna). DORITA: Che
curioso. Cosa dice? FRAU VOGEL: Qualcosa in inglese. È un mormorio, ha detto August, mio fratello. E guardate: sottile, sottile. Dove sono le pile? È un mistero. Tenga. HERR VOGEL: Ora
in America si parla sempre più in spagnolo, lo dice suo fratello, che lavora
per un'assicurazione. August. FRAU VOGEL: Un
altro caffè? WECK: Ce
ne stiamo andando. Grazie. (Comincia a
mettersi l'impermeabile) DORITA: È
un bellissimo regalo. (Tiene il biglietto
per sé) FRAU VOGEL: Ma...
perché non restate a bere un Guadalupe? HERR VOGEL: Li
fa lei. DORITA: È
che davvero... ce ne dobbiamo andare. HERR VOGEL: Sì,
vedo che la stanno letteralmente trascinando fuori di casa. DORITA: È
che stanotte... HERR VOGEL: Io
non chiedo cosa succede stanotte, non mi interessa nemmeno. Non è questo quello
che io chiedo. FRAU VOGEL: Certo,
è un malinteso... HERR VOGEL: Avrà
notato che non ho fatto parola in nessun momento su quello che succede
generalmente di notte. FRAU VOGEL: Un
piccolo malinteso, che però, pur essendo piccolo, è pur sempre fastidioso,
Walter. WECK: Arrivederci. HERR VOGEL: (Con
un colpo rompe la tazzina sul tavolo, e rimane con il dito indice infilato nel
manico. Chiudendo il passaggio della porta)
E questa non è l'unica cosa che non chiedo. Lo avrà visto, Herr Weck, i due
caminetti hanno una parete in comune, come amplificano i discorsi i tubi della
ventilazione. E si sentono delle cose. Si sentono delle cose che non si
vorrebbero sentire... E cosa ce ne importa? Cose di cechi, cose di tedeschi, fa
lo stesso. FRAU VOGEL: Inoltre
si vede gente. Cioè, si vede. Io la vedo. HERR VOGEL: Si
riallacciano cose. Che ne è stato del precedente proprietario della casa? WECK: Il
tedesco? FRAU VOGEL: La
si vede entrare e uscire, entrare e uscire, in continuazione. HERR VOGEL: Non
mi fraintenda. Io non dico n‚ di sì, né di no, ma è necessario sapere...
quanti cechi ci sono ancora a Praga. Avrà già notato quella medaglia. Tutti
noi abbiamo un'idea molto delicata, molto elaborata, dell'onore che deve
dimostrare un uomo, della vocazione ineluttabile della patria ceca. FRAU VOGEL: E'
più quello che si vede che quello che si sente. HERR VOGEL: Quanti
tedeschi ci saranno in questa città? Quanti che siano in grado di votare per
l'impero? Mi sto dilungando più del dovuto. DORITA: Parla
del referendum? HERR VOGEL: Della
guerra, la guerra! E cosa sarà che si cucina in queste riunioni notturne? E uno
ascolta, e uno legge, e vede le foto degli attentati... Chi siete voi? FRAU VOGEL: Sì,
e quello che dico io è che c'è stato un malinteso con il... Cioè, io l'ho
portato per mostrarvelo, ma siccome è di mio fratello, credo che sia giusto che
io lo conservi per tutto il tempo che voglio. WECK estrae un'arma e li crivella di colpi. DORITA grida. Buio. III ADOLF; WECK; e DORITA riuniti attorno a dei fogli sul tavolo; TRAUMA dorme su una sedia a dondolo. ADOLF: Se
un Rosa-Croce veniva visto da un essere umano, cosa di per sé poco probabile
perché i Rosa-Croce si gloriavano di essere invisibili, era necessario
liberarsene. Dell'essere umano. Così sono riusciti a mantenere il segreto per
secoli. WECK: Numeri.
Questi non sono altro che numeri, che significano delle quantità, che sono
astrazioni, che non vogliono dire nulla, e appunto per questo si possono
esprimere mediante lo zero. DORITA: So
di molti orfani che stanotte non penseranno la stessa cosa. Cos'è che fa rima
con orfano? WECK: Cosa
stai scrivendo? DORITA: È
il mio quaderno. Sono poesie, cose che mi passano per la testa. "Costì,
colà, il verde grano ondeggiando sta / e il mio corpo nudo / di carezze orfano..."
e qui... "orfano", non... WECK: Buttalo. DORITA: No,
non lo butto. Non voglio. Sono stufa. ADOLF: Prima
di continuare con queste cose, voglio che sappiate che ho letto l'Ulisse di
Joyce senza omissioni. WECK: (Riferendosi
a TRAUMA) Da quant'è
che dorme? DORITA: Da
un po', non da molto, credo. Da tre ore. ADOLF: Che
c'entra, mi direte? Ebbene: ho sentito di doverlo dire. Quando un uomo possiede
certe abilità quando ha acquisito un bene prezioso che gli altri non hanno, è
giusto che quell'uomo si faccia ammirare. (Silenzio) WECK: Dobbiamo terminare queste cose prima che arrivi Bruno. Potrebbe non venire da solo. DORITA: E
cosa pensi di fare? (WECK non risponde) ADOLF: Sì, Dorita dovrebbe sapere cosa pensi di fare. Dorita ti ama. WECK: Vedo
che improvvisamente ti preoccupi di Bruno. DORITA: Così
non può continuare. Ho sempre sospettato di lui. Quando è arrivato non ne
sapevamo nulla, mai un dato che si potesse verificare. Ho paura. Per colpa sua
avrebbero potuto ucciderti. WECK: Sì.
È bello quel libro? ADOLF: È
un libro necessario. (Riferendosi a
TRAUMA) Non sarà mica morta? WECK: Va bene: questo è quello che faremo. Andiamo avanti. Ho studiato i movimenti della stazione. Queste truppe arriveranno col treno di domani. ADOLF: C'è
un cieco che suona ininterrottamente una fisarmonica. Lo hai visto? DORITA: Non
mi sembra una buona idea. ADOLF: Capisco
che Bruno sia tuo amico. DORITA: Mio?
Ma se io appena lo conos... ADOLF: Suo.
Ma Dorita ha ragione: non dovresti perdonargli un errore che ci ha messo tutti
in pericolo. WECK: Mi
sento debole. Credete che possa essere morta nel sonno? DORITA: E
chi dice che si è trattato di un errore? E se Bruno alla fine fosse passato
dalla parte dei Tedeschi? Non mi meraviglierei se la telefonata l'aves... WECK: Di
cosa stai parlando? DORITA: Perché...
noi siamo... I Tedeschi... sono... siamo contro? No? WECK: Non
voglio sentire altro. Ho sonno. DORITA: Se
solo provassi a dormire un po'. È così facile... ADOLF: Magari
riuscissi a renderti conto che lo dice per proteggerti. Non ti hanno mai amato
così. È questo che ti sconcerta. DORITA: Non
sono sicura di amarlo. È qualcosa di molto intimo. E sono arrabbiata, e
impaurita. Voi tutti vi prendete gioco di me. Finirò con una pallottola... qua. ADOLF: Va
bene. Voi due potete non saperlo. Questo si capisce. WECK: Adolf,
ammiro la tua fredda pazienza. Più della tua amicizia. Per chi è insonne, la
pazienza degli altri è più preziosa del loro affetto. ADOLF: Anche
Dorita deve avere pazienza con te. DORITA: Non
penso di continuare così. Non lo sopporto. Si apre la porta ed entra BRUNO. DORITA: Bruno! BRUNO: (Dopo
una pausa) Allora,
eccomi qua. WECK: Trauma
dorme. BRUNO: Ho
sentito qualcosa alla radio. WECK: Sì. BRUNO: Ne
sono caduti più di dieci, hanno detto. ADOLF: Dodici. BRUNO: Ma
non siete molto contenti, vero? WECK: (Posa
la sua arma sul tavolo)
Non molto. BRUNO: Erano tutti Tedeschi? DORITA: Questo
è quello che volevo dire io... Perché... noi siamo la resistenza? No? WECK: Ti
aspettavi di vederci stanotte? DORITA: Parliamo
un'altra lingua, no? BRUNO: Così
come eravamo rimasti d'accordo, perché? WECK: Preferisco
che non ci siano dubbi. Sappiamo già della telefonata. Ne sono caduti dieci, ma
gli altri sono stati avvertiti prima e sono riusciti a mettersi in salvo. (Silenzio) DORITA: Vado
a preparare un tè. (Esce) ADOLF: Sì,
erano tedeschi. Dall'aspetto. Hai letto Joyce, Bruno? BRUNO: E
allora? WECK: Pensiamo
che sia un errore, certo. Non avrebbe senso. BRUNO: Non
avrebbe senso. WECK: E
preferiamo continuare a pensarla così. ADOLF: In
ogni modo, ci sono tante cose che non hanno senso. Lo dico perché ho un esempio
a portata di mano. BRUNO: Ma
avete dei sospetti. Che abbia chiamato io. WECK: Non
mi fraintendere. Non sono sospetti. Ne siamo sicuri. Ma io non ti chiederò
nulla. ADOLF: Fate
attenzione a quest'esempio: non so se avete visto il mendicante della stazione.
È cieco, forse fa finta. Tutto il giorno a suonare quella benedetta fisarmonica.
Non si potrebbe immaginare un destino più disgraziato del suo, vero? Eppure,
eccolo là, che si guadagna qualche misera moneta, e che ringrazia Dio. Uno si
paragona a lui e dice a se stesso: non c'è peggior destino, di sicuro, questo
è il limite. Tuttavia, il giorno più impensato, arriva un cretino e ruba la
fisarmonica a quel pover'uomo. Che resta solo e accovacciato nello stesso posto.
E se ne deduce: sempre si può stare peggio. BRUNO: E
che vuoi fare? WECK: (Gioca
un istante con l'arma)
Niente. BRUNO: E io? Dovrò arrendermi, come se mi steste perdonando eroicamente per qualcosa che non ho neppure commesso? WECK: Eroico
è quello che ha fatto Adolf, che dice di aver letto un libro necessario. ADOLF: Noioso,
ma necessario. BRUNO si siede lentamente con la testa tra le mani. DORITA: (Affacciandosi)
Volete del tè? Bruno, cosa rima con "orfano"? WECK: Quanto
tempo siamo stati amici? BRUNO: Non
lo so. Piuttosto poco. (A DORITA)
"Scorfano". Sono contento che non vi abbiano uccisi tutti. (Silenzio)
Sono contento davvero. È tutto quello che voglio dire. WECK: In
ogni modo... BRUNO: No,
lasciami continuare. Camminavo senza sapere se vi avrei trovato o meno. E
pensavo a tante cose. Le strade di Praga hanno quei nomi così... illeggibili.
Mi perdevo. Alcuni di noi sanno che quello... voglio dire, sappiamo che quello
che stiamo facendo è la cosa giusta. Beh, io ormai... non... (Silenzio) DORITA: L'acqua è pronta. È frivolo prendersi un tè? BRUNO: E
ora mi rendo conto della fortuna che ho avuto. Solo questo. Potevate essere
morti e non lo siete. Tutto qui. Può sembrare semplice, ma non riesco ad
aggiungere altro. WECK: Solo
che... BRUNO: Sono
qui, da solo. Di fronte a tutti voi, di fronte a Trauma che dorme. Non sarà
mica morta? Sembra così semplice. DORITA: Senti
un po'... Hai fatto quella telefonata o no? ADOLF: Potrebbe
essere stato lui. BRUNO: Per
il momento, i Tedeschi non sono qua fuori. DORITA: (Corre
alla finestra. Spia da dietro le tende. Non sembra scorgere nessuno, ma nemmeno
si tranquillizza). Vado
a prendere l'acqua. Non saranno qui fuori ora, ma si trovano dappertutto.
Perfino in Polonia. (Esce) BRUNO: Allora?
Ho gi… detto quello che avevo da dire. ADOLF: Come
volete. Mi ritiro. (Esce) WECK: Non
sarebbe la prima volta che un amico mi tradisce. Beh, chi ha detto che dobbiamo
essere amici, dopo tutto. Cosa pensi del perdono? BRUNO: Mi
è difficile dirlo in ceco. È un moto dell'anima troppo esagerato. Nessuno
desidera mai di perdonare per natura. Eppure è un gesto senza debolezze. Cosa
mi avevi chiesto? WECK: Allora
sei libero da ogni sospetto e ti perdono se mia sorella si sveglia in questo
momento. (Nessuno si muove) È una
condizione stupida, ma è una condizione, ed è bene che sia così. (Nessuno
si muove) Cioè, il gesto del perdono si esalta quando ci sono dei testimoni.
Altrimenti è un gesto vano. Solo se si sveglia, come una resurrezione. (Non
si sveglia) BRUNO: Il
perdono è debole, chiaro. (Pausa) E
se non si sveglia? WECK: (Prende
l'arma e la rimette a posto)
Bene. Il treno dei generali. Domani. Il procedimento è lo stesso: Trauma ed io
nel corridoio ovest. La detonazione è dopo il terzo fischio, sempre che io non
vi avverta di qualche pericolo. BRUNO: (Tremante,
vinto) Perdono, Dio mio,
sto tremando. Siamo così deboli, a volte. WECK: Deboli.
(Sta per uscire, si sofferma davanti a
Trauma) È nel sonno che siamo più deboli. Ma il sonno è riparatore. Per
questo è necessario. È domani. "Domani" per tutti voi. "Oggi"
per me, che non ho notti. (Esce. BRUNO si avvicina a TRAUMA. Le dice qualcosa all'orecchio. BRUNO
sembra aspettare una risposta. TRAUMA continua a dormire. Buio). IV Weck e TRAUMA alla stazione dei treni. Un corridoio poco transitato della stazione, forse un tunnel. Weck accende una sigaretta. Il MENDICANTE è fermo accanto a una custodia vuota. Regge con una mano un registratore da cui esce una musica triste di fisarmonica, folklore ceco. Parla al nulla perché è cieco. MENDICANTE: ...perché
vi ho rallegrati per tanto tempo, con la mia musica, con le mie melodie allegre.
Quando tornate stanchi dal lavoro, dopo aver viaggiato male, arrabbiati,
frettolosi, mi trovate sempre qui a rallegrarvi con la mia musica. A rallegrare
i buoni abitanti di Praga. È per questo che vi chiedo il favore, se sapete chi
è stato, di dirgli di rendermela. Perch‚ io morirò senza la mia fisarmonica. TRAUMA: Chi
gliel'ha rubata? MENDICANTE: Due
giorni fa, ma vedete che io sono sempre qua, così che se sapete chi ce l'ha,
ditegli che sono disposto a pagare. Con quello che mi potete dare. TRAUMA: Non
riuscirà mai a mettere insieme tanti soldi per comprarne un'altra. MENDICANTE: È
lo stesso, resterò qua fino a che muoio. TRAUMA: È
tutto quello che ho. MENDICANTE: Lo
lasci nella custodia. E grazie. TRAUMA: Weck,
non hai niente da dargli? WECK: Mi
sentirei meglio dandogli quel poco che ho con me? TRAUMA: Non
lo so. WECK: E
lui? TRAUMA: Dipende. WECK: Ho
questo orologio. TRAUMA: Non
darglielo. WECK: Potrebbe
venderselo e comprarci la fisarmonica. TRAUMA: Sei
troppo buono. WECK: Glielo
darò ugualmente. TRAUMA: Non
è necessario. Per nessuno. Né per lui, né per te. Weck lascia l'orologio nella custodia. TRAUMA: Va
meglio? WECK: No. TRAUMA: Non
fa niente. Io sto guardando e sono testimone del gesto. WECK: Sì.
Bruno non verrà. É evidente che ci ha traditi. Per la seconda volta. TRAUMA: Andiamo
ad avvertirli di non muoversi. Prima del fischio, o sarà troppo tardi. Ma che
succede? WECK: Ho
fatto male a perdonarlo? TRAUMA: Chi
lo sa. WECK: Andiamo.
(Si ferma) Devo dirti una cosa: ho una
voglia enorme di riprendermi l'orologio. TRAUMA: Ormai
gliel'hai dato. WECK: È
vero. TRAUMA: Non
farlo. WECK: Adolf
aveva ragione: questo povero cieco non sa che non c'è destino peggiore del suo.
Si paragonerà a sua volta ai topi, che sopravvivono appena, e crederà di non
stare così male. TRAUMA: Che
orrore. Non è giusto. MENDICANTE: ...mi
avete sempre trovato qua, a rallegrarvi un po'. La brava gente della stazione mi
ha già dato duecentotrentacinque, perché sanno che io sono sempre stato qui... WECK: Quanto
costava la fisarmonica? MENDICANTE: ...due
giorni fa, e io come farò senza. Io che ero l'allegria di questa gente. Di
questa triste città di gente che lavora, come me, e che non ha niente da dare
da mangiare ai propri figli. (Si sente un
fischio) La mia figlioletta, dal canto suo, è morta. (Secondo
fischio) TRAUMA: Ora
o mai più, devi prendere una decisione. Io gli ho dato tutto ciò che avevo. (Si
sente il terzo fischio) Weck riprende il suo orologio dalla custodia e se lo rimette. TRAUMA: È
meglio così. Andiamocene. (Si ode la
detonazione) |
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